CONTRATTI

Il comitato nazionale per le Pari Opportunità

inserita il 17 Ottobre 2011

E' stato istituito con decreto del Capo della Polizia del 22 gennaio 1997 (ma è stato rinnovato con successivi decreti) con l’obiettivo di favorire la piena realizzazione della parità di trattamento e di uguaglianza di opportunità di lavoro e nel lavoro, promuovendo le misure più idonee a rimuovere gli ostacoli che, di fatto, possono impedire o limitare le pari opportunità tra uomini e donne. E' composto da rappresentanti delle organizzazioni sindacali e da funzionari dell'amministrazione. 

Il comitato:

  • formula proposte per l'attuazione degli obiettivi della parità e della pari opportunità, con particolare riguardo alla prevenzione, all’educazione, alla salute e al miglioramento della sicurezza e della salute sul lavoro;
  • propone iniziative per lo sviluppo ed il perfezionamento della legislazione vigente che incide direttamente sulle condizioni di lavoro delle donne;
  • verifica lo stato di applicazione della normativa in vigore in materia di parità;
  • acquisisce le informazioni relative ai dati statistici del personale, utili per formulare proposte e attuare iniziative;
  • relaziona sulle condizioni oggettive in cui si trovano le lavoratrici. Gli ambiti principali da analizzare riguardano le attribuzioni, le mansioni, la partecipazione ai corsi di formazione e aggiornamento, i nuovi ingressi, il rispetto dell'applicazione della normativa per la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali, la promozione di misure idonee a tutelare la salute delle donne in polizia, in relazione alle caratteristiche psicofisiche. Una particolare attenzione viene dedicata alle situazioni di lavoro che possono influire negativamente sulla capacità di procreare.

Il regolamento del Comitato per le Pari Opportunità

Monitoraggio delle mansioni e degli incarichi affidati al personale femminile della Polizia di Stato

 Le commissioni provinciali

 Le priorità del Comitato

 I congedi parentali

 Pari Opportunità in Europa

 La normativa di riferimento

 Chi si occupa di Pari Opportunità

 I Comitati Pari Opportunità a confronto

 Studi e approfondimenti

 

Incarichi e mansioni affidati al personale femminile della Polizia di Stato
Risultati dell’indagine conoscitiva avviata il 31 gennaio 2006


Premessa

L’indagine conoscitiva è scaturita da alcune doglianze, espresse anche in sede parlamentare, secondo cui l’impiego del personale femminile della Polizia di Stato in attività operative è solo marginale, ed inoltre le appartenenti ai ruoli direttivi e dirigenziali vengono escluse dagli incarichi più prestigiosi.

Scopo dell’indagine era quindi monitorare l’impiego in servizio del personale femminile sotto l’aspetto oggettivo (i dati forniti dagli Uffici, mediante la compilazione di apposite schede riassuntive) e sotto quello soggettivo (il punto di vista delle interessate). Per questo secondo aspetto, la compilazione del questionario predisposto dal Comitato era prevista in forma volontaria ed anonima, con la facoltà di consegnarlo in busta chiusa e di non rispondere ad una o più domande.L’indagine, avviata a mezzo circolare telegrafica del 31 gennaio 2006, pubblicata anche sul sito web ufficiale della Polizia di Stato, avrebbe dovuto concludersi entro il 15 febbraio, per l’invio delle schede da parte degli uffici, ed entro il 15 marzo, per l’invio dei questionari.

In realtà, le risposte hanno continuato ad arrivare per molto tempo oltre il termine fissato (l’ultima è stata protocollata in data 23 giugno 2006). Ciò nonostante, non risultano a tutt’oggi pervenute le schede di 10 Questure, e di 52 tra Ispettorati, Uffici speciali ed Uffici periferici.

Il mancato arrivo delle risposte può essere dovuto a molteplici fattori, tra cui, oltre ad eventuali omissioni, disguidi di indirizzo. Infatti, sebbene nella circolare fossero stati indicati con precisione i recapiti a cui le risposte dovevano essere inoltrate, in non pochi casi la corrispondenza è stata inviata ad altri uffici, come l’omologo Comitato per il personale dell’Amministrazione Civile dell’Interno o la Direzione Centrale per le Risorse Umane del Dipartimento della pubblica sicurezza. Non può pertanto escludersi che parte della corrispondenza sia andata smarrita; per fare solo un esempio, la Questura di Brindisi ha inviato una nota alla quale dovevano essere allegati, oltre alla scheda, 43 questionari, che non risultano invece mai pervenuti.

Esito della rilevazione oggettiva

Per quanto concerne il monitoraggio della situazione oggettiva, sembra opportuno evidenziare che, poiché il suo scopo era essenzialmente quello di verificare le doglianze sull’impiego del personale femminile, la rilevazione chiesta agli uffici era limitata ai ruoli che svolgono funzioni di polizia, in quanto è sembrato improbabile che possano esservi casi di discriminazione o di impiego marginale per le appartenenti al ruolo professionale dei sanitari o ai “ruoli tecnici”. Sono state rilevate, nella compilazione delle schede, imprecisioni ed omissioni, che non consentono di considerare integralmente attendibili le risposte. Gli errori più frequenti sono stati quello di conteggiare anche il personale che svolge attività tecnico scientifica o professionale e quello di confondere la qualifica dirigenziale con l’incarico di dirigente di uffici (svolto, in grande maggioranza, da appartenenti al ruolo dei commissari). Tenendo conto di questo secondo aspetto, nel tirare le somme del monitoraggio il personale direttivo e dirigenziale è stato unificato sotto la denominazione: “funzionari”.

Dalle schede restituite risultano complessivamente 10.201 unità di personale femminile in servizio al 1° gennaio 2006. Poiché la rilevazione effettuata a cura della Direzione Centrale per le risorse umane registra, alla data del 1° settembre dello stesso anno, un totale di 12.928 unità , il dato numerico risultante dalle schede, tenuto anche conto che mancano le risposte di 62 uffici, si può considerare ragionevolmente attendibile.

Ciò premesso, in base alle schede, l’attività principale svolta dal personale femminile risulta così ripartita:
a. attività investigativa: 1.118 unità (pari al 10,96 %)
b. attività operativa: 2.834 unità (pari al 27,78%)
c. attività di ufficio: 5.721 unità (pari al 56,08 %)
d. attività tecnica: 528 unità (pari al 5,15 %).

Limitatamente alle appartenenti alla carriera dei funzionari, è stato possibile confrontare i dati di cui sopra con quelli, aventi carattere di ufficialità, pubblicati sul n. 4/2006 della rivista “Polizia Moderna”. Da questi ultimi dati risulta che, sia in periferia come al centro, le donne a cui è affidata la direzione di uffici investigativi od operativi rappresentano il 34,9 %, contro il 65,09 % che dirige uffici burocratici, di maggiore o minore prestigio.

Esito della rilevazione soggettiva

Per quanto concerne l’aspetto soggettivo del monitoraggio, il questionario, essendo destinato a rilevare il punto di vista e le aspirazioni delle interessate, era rivolto a tutto il personale femminile della Polizia di Stato, compreso quindi quello appartenente al ruolo dei sanitari o ai “ruoli tecnici”. Ciò nonostante, dal momento che la compilazione era facoltativa, sono pervenuti appena 6.454 questionari (a fronte di una presenza femminile complessiva di 14.646 unità ). Sono stati restituiti in busta chiusa 1.612 questionari; inoltre, tra quelli pervenuti ve ne sono 90 totalmente in bianco.I questionari valutabili sono dunque 6.364, due dei quali (registrati ai numeri 3472 e 4811) conteggiati con riserva, in quanto c’è il dubbio che siano stati compilati da personale appartenente all’Amministrazione civile dell’interno, anziché alla Polizia di Stato).

Molti questionari presentano una o più risposte mancanti, anche se relative a dati oggettivi (ufficio di appartenenza, ruolo, età, stato civile, attività svolta); diversi altri sono pervenuti privi della seconda pagina, o addirittura restituiti in fotocopia, previa eliminazione delle ultime quattro domande. Va detto che l’anonimato delle risposte è stato alquanto relativo; a parte le persone che hanno firmato in calce o hanno inserito commenti che potevano renderle riconoscibili, alcuni questionari, trasmessi via fax, portavano impressa a margine la denominazione dell’ufficio mittente; su altri era stato apposto il timbro di arrivo degli uffici di appartenenza; altri uffici, infine, hanno riprodotto il modello del questionario su propria carta intestata.

Vale la pena di segnalare che una agente, nel restituire il questionario in bianco, lo ha accompagnato con una lettera in cui asseriva, tra l’altro, «ritengo l’anonimato forma intrinseca di condizione omertosa, certamente poco consona al comportamento che un operatore delle forze dell’ordine è tenuto ad avere». Non va taciuto infine che in non pochi casi le risposte fornite sono state generiche o ambigue, a volte contraddittorie (caso tipico quello di persone che, alla domanda se hanno mai avuto la sensazione di essere discriminate in quanto donne, hanno risposto “NO”, ma, alla domanda successiva, hanno indicato una o più ipotesi di discriminazione di cui si ritengono oggetto).

Dall’elaborazione delle risposte fornite risulta che oltre la metà (3.519) delle compilatrici svolge, come attività principale, lavoro d’ufficio, del quale, peraltro, si dichiara in massima parte soddisfatta. Solo 296 persone hanno dichiarato un gradimento “insufficiente” dell’attività di ufficio; per 975 il gradimento è “sufficiente”, per 1.723 è“buono”; per 495 è “ottimo”. Una significativa differenza è data dalla situazione familiare; le persone coniugate e/o con prole per cui il gradimento dell’attività di ufficio è dichiarato “buono” o “ottimo” sono 1.645, contro 573 senza carico di famiglia che esprimono lo stesso gradimento.

Non si notano, invece, significative differenze per quanto concerne la ripartizione geografica; l’impiego del personale femminile in attività di ufficio è del 57,67% al Nord, del 54,26 % al Centro e del 52,62 % al Sud. Per quanto riguarda l’attività investigativa/operativa, ad essa risulta adibito più di un quarto (1.750 unità) delle interessate. Per circa metà (822 unità) di loro il gradimento dell’incarico è “buono”; per un altro 20 % (358 unità) è “ottimo”.

Nel gradimento dell’incarico non vi sono rilevanti differenze in base alla condizione familiare; il gradimento risulta “buono” od “ottimo” per 654 persone coniugate e/o con prole, e per 526 persone senza carico di famiglia.In base alla ripartizione geografica, l’impiego del personale femminile in attività investigativa od operativa risulta praticamente pari al Nord (29,05 %) e al Sud (29,08%), e leggermente inferiore nelle regioni del Centro (25,08 %).L’attività tecnico professionale, infine, risulta essere quella principale per 674 unità, di cui però solo 358 appartengono ai relativi ruoli; per il resto, l’attività in questione è affidata ad appartenenti ai ruoli del personale che svolge funzioni di polizia, in particolare a quello degli agenti.

Tra il personale tecnico non direttivo, né dirigente (525 unità), una percentuale pari al 30,86 % dichiara di svolgere, come attività principale, lavoro di ufficio, il che non appare abnorme, considerato che molti appartenenti al ruolo degli operatori e collaboratori, privi di conoscenze specifiche, sono impiegati in mansioni di segreteria. Una modesta percentuale (38 unità, pari al 11,73 %) dichiara di svolgere sia attività d’ufficio, sia attività tecnica. Fa riflettere, invece, il fatto che più di un terzo del personale tecnico adibito alla propria attività istituzionale dichiari di gradire tale impiego in modo solo sufficiente (84 unità, pari al 25,93 %) o addirittura insufficiente (36 unità, pari al 11,11 %) .Infine, 90 persone hanno omesso di rispondere alla domanda sull’attività principale svolta, mentre 309 hanno fornito più risposte, 13 hanno indicato “altro” e 9 “vigilanza” (evidentemente ritenendo che tale attività non rientri in quella “operativa”). 

In merito all’essere, o all’essere stata, discriminata in quanto donna, solo poco più di un quarto (1.759 unità) delle interessate ha risposto affermativamente. Per 35 compilatrici la discriminazione è stata avvertita esclusivamente a livello di sensazione; per altre 624 alla sensazione si sono accompagnati uno o più riscontri oggettivi. Tra coloro che hanno indicato di essersi sentite discriminate per più di un aspetto, ben 1.199 unità hanno lamentato “fatti occorsi”; 1.147 “tipo di incarico o di attività”; 138 “orario di servizio”; 91 “lavoro straordinario” e 912 “relazioni interpersonali”. Una appartenente al ruolo degli agenti e assistenti, infine, ha precisato di essersi sentita, sì, discriminata, “ma non in quanto donna”.

Poco meno dei due terzi delle interessate (4.122 unità) hanno dichiarato di gradire il modo in cui sono impiegate; più della metà (3.405 unità) si sente adeguatamente valorizzata.
Per quanto riguarda l’impiego nei servizi di ordine pubblico, dichiarano di sentirsi impiegate alla pari del personale maschile 3.991 unità (il 62,71 %).
A questa domanda, peraltro, ha preferito non rispondere, o ha dato risposte non valide il 17,98 % (1.144 unità) delle interessate.

In più di una risposta le compilatrici hanno affermato di essere contente di non essere trattate alla pari del personale maschile per i servizi di ordine pubblico, o di preferire che tale uguaglianza non vi sia. Meritano una menzione due atteggiamenti agli antipodi: nel questionario 396 (compilato da una appartenente al ruolo degli agenti) si è chiesto perché le donne non possono essere assegnate ai Reparti Mobili, visto che svolgono servizi di ordine pubblico; nel questionario 5272, compilato da una appartenente al ruolo dei commissari, si è osservato che sarebbe opportuno effettuare una distinzione tra uomini e donne in base alla tipologia, con particolare riferimento alla maggiore o minore pericolosità, dei servizi stessi. Una minima percentuale, infine (40 unità, pari allo 0,63 %), ha dichiarato di non svolgere, o di non avere mai svolto, servizi di ordine pubblico. Ciò vale soprattutto per il personale tecnico, ma anche alcune appartenenti ai ruoli che svolgono funzioni di polizia hanno dichiarato di non effettuare tali servizi.

Nella predisposizione del questionario si era ritenuto opportuno dare la possibilità di specificare in che cosa consista l’eventuale disparità di trattamento nei servizi di ordine pubblico, se, cioè, sia riferita al numero di tali servizi, ovvero alla loro tipologia. Ciò in quanto corre voce che spesso le donne vengano escluse dal “vero” ordine pubblico, quello delle manifestazioni di piazza o sportive, per essere impiegate in occasione di eventi religiosi o culturali, o addirittura inviate a sostituire nei posti fissi il personale maschile, affinché esso possa “andare in piazza”. Una percentuale pari al 9,62 %) ha preferito non specificare.

Tra quante hanno, invece, specificato si rileva un dato contraddittorio: coloro che hanno risposto SI alla domanda principale, che ritengono cioè di essere trattate alla pari del personale maschile, avrebbero dovuto rispondere “SI in entrambi i sensi”, ovvero omettere la risposta. Invece ciò è avvenuto per 2.997 unità: delle altre, 279 hanno precisato che la parità di trattamento riguarda il numero dei servizi, mentre per 610 riguarda la loro tipologia. Infine, 11 unità hanno addirittura risposto: “NO in entrambi i sensi”. Delle persone che hanno risposto NO, 55 non hanno fornito alcuna precisazione, 25 hanno precisato “NO in entrambi i sensi”, e 277: “SI in entrambi i sensi”. Per le restanti compilatrici, la disparità si espleta solo sotto uno dei due aspetti, con una preponderante rilevanza per il numero (231) dei servizi, rispetto alla loro tipologia (solo 35).

L’ultima domanda del questionario, riservata al personale appartenente ai ruoli direttivi o dirigenziali, concerneva il riconoscimento dell’autorevolezza del proprio ruolo. Tolte le risposte mancanti o non valide (in tutto 9), oltre i due terzi delle interessate (216 unità) hanno risposto affermativamente. Le risposte negative (80) sono state accompagnate dalla precisazione che le interessate ritengono di avere una limitata discrezionalità nell’organizzazione del lavoro (30 unità), o di essere sempre contraddette o sminuite (26 unità), o entrambe le cose (20 unità). Una persona ha specificato di non sentirsi riconosciuta l’autorevolezza del ruolo “per il modo”, e le rimanenti 3 non hanno fornito alcuna precisazione.Va evidenziato che sebbene, come si è detto, quest’ultima domanda fosse riservata al personale direttivo e dirigente, sono state fornite risposte anche da parte di appartenenti ad altri ruoli, o di persone che hanno omesso di indicare il ruolo di appartenenza. Tali risposte, in totale 292, sono, per la maggior parte (223), affermative. Esse sono state ugualmente memorizzate, per opportuna notizia, ma facendole seguire da un punto interrogativo.

Meritano una riflessione, infine, le risposte alle domande relative alla Commissione provinciale per le pari opportunità (se le compilatrici ne siano a conoscenza, e se risulta loro che essa si sia mai occupata di episodi di discriminazione). A questo proposito, le risposte hanno evidenziato una diffusa non conoscenza (solo 2.860 unità hanno risposto “SI” alla prima domanda, e appena 556 alla seconda). Le risposte sono state spesso accompagnate da commenti che mettono in dubbio la funzione e l’utilità di tali Commissioni . Da altre risposte si è appreso che presso una sede della Lombardia la Commissione non esiste, mentre presso la Questura di Venezia è stata costituita solo nel mese di febbraio 2006 (vale a dire successivamente all’interrogazione parlamentare su casi di discriminazione che si sarebbero verificati proprio presso quell’ufficio).

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